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20/03/2020

La Quaresima: occasione propizia per orientare a Dio la nostra vita

Silenzio, parla la Quaresima!


Nel linguaggio liturgico è il "tempo forte" per antonomasia, con i suoi 40 giorni, rappresenta quel percorso annuale, atto a preparare i cristiani alla grande e solenne festa della Pasqua, fulcro e cuore pulsante della fede. La Pasqua però non è semplicemente una solenne cerimonia liturgica, più prolungata e ricca delle altre, ma fondamentalmente quell'evento storico-salvifico, esistenziale e misterico, che vuole coinvolgere tutta la nostra persona, rinnovandola dal profondo del suo essere. Il Mistero pasquale infatti, non è altro che l’azione del Dio, Uno e Trino, che attraverso l'incarnazione di Gesù Cristo, la sua passione - morte - risurrezione, l'ascensione al cielo e la discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa nascente, ci trasforma in figli di Dio e nuove creature, incamminandoci in un itinerario - che diciamo appunto cristiano. Itinerario, che ha nel Battesimo la sua origine e per fine, la vita eterna, la piena comunione con Dio, in quel Regno che lui ha preparato per coloro che lo accolgono.

In quest'ottica, il percorso di quaranta giorni, ha una profonda valenza simbolico-sacramentale. Il numero Quaranta richiama molteplici e assai rilevanti episodi biblici. Quaranta sono i giorni del diluvio universale; così come quaranta sono gli anni del cammino del popolo d'Israele nel deserto; quaranta sono i giorni trascorsi da Mosè sul monte di Dio, l'Oreb, ove riceverà il dono della Torà; quaranta giorni durò la lotta del gigante Golia contro l’esercito degli israeliti, fino alla vittoria conseguita su di lui, dal giovane Davide; ancora quaranta sono i giorni del cammino che percorrerà il grande profeta Elia, prima di incontrare il Signore sul monte Oreb; sono sempre quaranta i giorni in cui Giona, percorrendo la grande città pagana, annunciò la parola di Dio ai niniviti. Allo stesso modo, Gesù si ritirerà nel deserto della Giudea, per prepararsi alla sua missione con un austero tempo di digiuno e preghiera, per quaranta giorni; infine, per la stessa durata temporale, Gesù Cristo, risorto dai morti, apparirà ai suoi discepoli per renderli testimoni della sua risurrezione, per poi salire al Padre ed inviare loro il dono promesso: lo Spirito Santo.
Questo tempo dunque, delimitato da un preciso numero di giorni e in alcuni casi anche di anni, viene spesso associato anche ad un luogo, almeno in due fondamentali avvenimenti: l’esodo d’Israele e l’inizio della missione pubblica di Gesù. Si, per l’appunto, questo preciso luogo è il deserto. Nel primo caso quello della penisola del Sinai, nel secondo quello della Giudea, ma poco importa la differenza.

Nell’immaginario collettivo, quando ci soffermiamo sull’idea di deserto, l’accostiamo ad un luogo con scarse precipitazioni, perciò arido, secco e privo di verde. L’acqua, da sempre, è stata considerata come un elemento indispensabile alla vita dell’uomo, tanto da essere finanche additata già nella riflessione filosofica greca, come l’origine stessa della vita. L’immagine che appare è dunque quella di un luogo privo di vita. Fin qui, la deduzione è certamente azzeccata e non fa una grinza. Ma analizzando più attentamente l’espressione semitica, utilizzata nel testo biblico dell’esodo, si nota una peculiare e inaspettata accezione del termine deserto. Infatti, se dovessimo tradurre, più letteralmente possibile, il termine Midbar (deserto in ebraico), scopriremmo che esso significa non tanto “non-acqua”, come ci aspetteremmo, ma “non-parola”. Questo senso così particolare e paradossalmente espressivo, riflette la profondità della lingua semitica che non si ferma all’apparenza ma sonda e ricerca più in profondità il significato nascosto e sapienziale. Se ci pensiamo bene, un ambiente desertico è per sua costituzione inospitale, dunque poco frequentato, veramente desolato, insomma privo di persone. Potremmo dire che rappresenta il contrario della piazza di una città, di un mercato o di un centro commerciale, dove centinaia di persone si incontrano e si accalcano, dove c’è folla, confusione, chiasso, rumore. Se c'é una cosa che caratterizza un luogo deserto è per l'appunto il silenzio, la calma, la monotonia. Nell’esodo del popolo d’Israele il deserto diventa quel luogo-tempo attraverso il quale, Dio lo forma come suo popolo, lo rende atto ad accogliere la sua alleanza, parla in profondità al suo cuore. Quale scenario di questo incontro Dio scelse questa terra inospitale, aspra e silenziosa, affinché il popolo potesse ascoltare la sua parola e scoprisse che essa lo conduce alla vita. Infatti è proprio il silenzio la condizione indispensabile perché chi parla possa essere veramente ascoltato. Nell'esperienza del deserto dell'esodo, il popolo è condotto da Dio in un percorso dinamico, nel deserto non ci si può accampare, bisogna mettersi costantemente in viaggio, con un dinamismo che ricerca la sopravvivenza.

La Quaresima è per tutti noi cristiani il cammino privilegiato che ci riconduce a Dio, anzi è ciò che ci rimette in cammino, quel tempo che vuole portare silenzio nella nostra vita affollata da tante cose vane, spogliarci delle nostre idolatrie e parlare al nostro cuore. E’ il mezzo audace e forte che la Chiesa ci offre per scuoterci dalla nostra indolenza e tiepidezza, per rimettere ordine nella nostra scala dei valori. Infatti, uno è l’Assoluto, tutto il resto è relativo e passa. Certamente non è un cammino in discesa, facile, naturale, ma stretto e impervio. Rappresenta infatti simbolicamente la vita terrena, ma ancora meglio la via che percorre ogni cristiano, che è colui che segue Cristo. E’ il tempo della prova, della tentazione, della lotta. Lui lo ha percorso prima di noi e per noi, per immolarsi sulla croce e risorgere per la nostra salvezza.
Come Gesù Cristo, ciascuno di noi, nel deserto di questa Quaresima, nella solitudine e nel silenzio che Dio sta permettendo, dia ascolto alla sua voce, s'incammini risolutamente con passo deciso sulla via che ci conduce e ci fa sempre ritornare a Lui. Entriamo, fratelli, in un autentico dialogo con colui che ci ha dato la vita e ci ha fatti figli suoi. Pratichiamo la preghiera assieme al digiuno cristiano, che non è una semplice dieta dal cibo in eccesso, ma un segno che ci fa mettere Dio al posto che merita, il primo. Ma soprattutto tendiamo al vero obbiettivo della vita cristiana: la misericordia, per giungere - al termine di questo tempo liturgico - interiormente rinnovati, alla Pasqua di risurrezione.




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