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22/05/2020

Solennita' dell'Ascensione del Signore



Meditazione patristica sulla solennità liturgica
dell'Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo

 

Solidarietà è una parola viva, dalle molteplici risonanze: morali, sociali, giuridiche, religiose. Pronunciarla è come toccare un nervo sensibilissimo, è come trovare una fonte d’acqua che sgorga in molti zampilli, è come raggiungere un’arteria che irrora con molti capillari molti tessuti del nostro corpo. Se prendete il vocabolario, trovate che quando si parla di solidarietà ci si riferisce sempre a dei legami, in generale legami di reciproco aiuto, che nascono tra i membri appartenenti a un gruppo. Questi legami possono essere di natura affettiva, sociale, soprannaturale. Talvolta sono dettati dal solo interesse.

Dice che si sono compiuti in lui i misteri che Mosè, i profeti e il salmista avevano preannunziato, così che risulta chiaro che una sola è la Chiesa in tutti i suoi santi, una e la stessa la fede di tutti gli eletti, cioè sia di quelli che hanno preceduto, sia di quelli che hanno seguito la sua venuta nella carne, perché come noi ci salviamo per la fede nella sua incarnazione, passione e risurrezione, che sono già avvenute, così quelli, che erano sicurissimi della futura realizzazione dell’incarnazione, passione e risurrezione, speravano di essere salvati a opera dell’autore stesso della vita. ...

Perciò il Signore, portati a compimento i misteri della sua incarnazione, svelò ai discepoli il senso per intendere le Scritture. Infatti svelò loro il senso per intendere e far intendere ai fedeli ciò che i profeti avevano detto in modo oscuro. Svelò il senso perché comprendessero che tutto ciò che aveva fatto e insegnato nella carne, i profeti avevano predetto che egli avrebbe fatto e insegnato. E disse loro: Poiché così è scritto ed era necessario che il Cristo patisse e risorgesse dai morti il terzo giorno e fossero predicate nel suo nome la penitenza e la remissione dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. II nome di Cristo, anche prima della passione e risurrezione, già da tempo, come abbiamo detto, lo aveva conosciuto la fede dei profeti e dei padri, secondo quanto attesta Pietro, che parlando di loro dice: Ma per grazia del Signore Gesù crediamo di essere salvati come anch’essi (At 15,11). Ma compiuta la passione, risurrezione e ascensione al cielo, la fede del suo nome non solo è stata predicata più largamente e apertamente ai loro discendenti, cioè ai Giudei, ma per misericordia divina è stata comunicata anche alle genti straniere. Perciò era necessario che Cristo venisse nella carne, patisse e risorgesse perché gli uomini non potevano essere educati alla vita, redenti dalla morte, edificati nella speranza della risurrezione, se non in virtù della sua presenza, passione e risurrezione. Giustamente poi la predicazione della penitenza e della remissione dei peccati in virtù della confessione del nome di Cristo comincia da Gerusalemme. Così infatti dove si è avuta la magnificenza della sua dottrina e delle sue virtù, dove il trionfo della passione, dove le gioie perfette della risurrezione e dell’ascensione, là è spuntata la prima radice di quella fede e là è stato piantato il primo germoglio della Chiesa nascente, come di una grande vigna che, moltiplicatosi il seme della parola, ha disteso in tutta l’ampiezza del mondo i virgulti della sua dottrina, realizzando il vaticinio di Isaia: Da Sion uscirà la Legge e la parola del Signore da Gerusalemme e giudicherà le genti e convincerà di colpa molti popoli (Is 2, 3-4). Giustamente il messaggio della penitenza e della remissione dei peccati, che sarebbe stato predicato a genti idolatre e macchiate di molte scelleratezze, prende inizio da Gerusalemme: in questo modo nessuno in seguito, pur atterrito dalla grandezza dei propri delitti, avrebbe dubitato di ottenere il perdono a seguito di degni frutti di penitenza, dal momento che il perdono era stato accordato perfino a Gerusalemme, che aveva bestemmiato e crocifisso il Figlio di Dio.

 

Voi siete testimoni di questi fatti. E io invio a voi la promessa del Padre mio. ... Ma voi rimanete in città finché sarete rivestiti di potenza dall’alto. Promette la potenza che sarebbe venuta dall’alto, perché pur avendo avuto già prima lo Spirito Santo, tuttavia lo ricevettero con maggiore pienezza quando il Signore salì al cielo. Infatti anche prima della passione essi con la potenza dello Spirito Santo cacciavano molti demoni, risanavano molti malati, predicavano a quanti potevano le parole di vita, e quando egli era risorto dai morti erano stati vivificati in modo ancora più speciale dalla grazia del suo Spirito, quando, come scrive Giovanni: Alitò sopra di loro dicendo: Ricevete lo Spirito Santo; quelli ai quali voi avrete rimesso i peccati, saranno loro rimessi (Gv 20, 22-23). Ma furono rivestiti dall’alto di maggiore potenza dello Spirito quando, dieci giorni dopo l’assunzione del Signore, lo ricevettero in lingue di fuoco e grazie a lui furono tanto infiammati di fiducia nella loro forza che nessun timore di principi impedì loro di parlare a tutti nel nome di Gesù.

 

Li portò fuori verso Betania e alzate le mani li benedisse. Il nostro Redentore è apparso nella carne per togliere i peccati, portare via la pena della prima maledizione, donare ai credenti l’eredità dell’eterna benedizione: perciò concluse giustamente la sua opera nel mondo con parole di benedizione, dimostrando di essere colui del quale era stato detto: Darà la benedizione colui che ha dato la Legge (Sal 83, 3). E ben a ragione condusse a Betania, che significa casa dell’obbedienza, quelli che avrebbe benedetto, perché il disprezzo e la superbia meritano la maledizione, l’obbedienza la benedizione. Perciò anche il Signore, per restituire al mondo la grazia della benedizione che aveva perduto, si fece obbediente al Padre fino alla morte, e nella Chiesa la benedizione della vita celeste viene concessa solo a quelli che si adoperano di obbedire ai precetti. ...

 

E mentre li benediceva si allontanò da loro e salì al cielo. Si noti che il Signore salì al cielo dopo aver benedetto i discepoli, e insieme si rammenti che, come leggiamo negli Atti, a quelli che assistevano alla sua ascensione apparvero gli angeli e dissero: Così verrà, come avete visto che è salito al cielo (At 1, 14). Dato perciò che il Signore discenderà per giudicare, rivestito della stessa forma e sostanza di carne, come è salito in cielo, bisogna che noi con tutto l’impegno ci adoperiamo, perché colui, che se n’è andato benedicendo gli apostoli, al suo ritorno ci renda degni della sua benedizione e ci collochi alla destra insieme con quelli ai quali dirà: Venite benedetti del Padre mio, ricevete il regno (Mt 25, 34). Quelli adoratolo ritornarono a Gerusalemme con grande gioia ed erano sempre nel tempio a lodare e benedire Dio. ... Dobbiamo imitare con solerzia questa testimonianza del modo di comportarsi degli apostoli e avendo ricevuto insieme con le promesse celesti il comando di pregare con zelo per ottenerle, dobbiamo riunirci tutti a pregare, persistere nella preghiera e pregare il Signore con devozione unanime. Possiamo infatti essere certi che il Creatore ci presterà ascolto se preghiamo così, e infonderà la grazia del suo Spirito nei nostri cuori; possiamo essere certi che renderà beati i nostri occhi: anche se non proprio come gli occhi degli apostoli che meritarono di vedere il Signore vivere nel mondo, insegnare, far miracoli, risorgere dopo il trionfo della morte e salire al cielo, certo come gli occhi di coloro dei quali il Signore dice all’apostolo Tommaso: Poiché mi hai visto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto (Gv 20, 29). A tutti i credenti, sia a quelli che sono vissuti prima del tempo della sua incarnazione sia a quelli che lo hanno visto nella carne sia a noi che abbiamo creduto dopo la sua ascensione, è comune la promessa che dice: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5, 8).

(S. Beda Venerabile, Discorso II ,15)




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